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ALESSANDRO TROVATI TRA POESIA E ANTIMETODO

DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI

MOSTRA "LO SPORT IN BIANCO  E NERO" TAPPA 2020

In collaborazione con Canon 

Respiro. Guardo l’acqua. Respiro. Guardo davanti a me. Socchiudo gli occhi, li riapro. Respiro. Salto. Non un rumore, nemmeno la sensazione dei mille occhi delle persone e dei fotografi. Solo il silenzio che tutto tace. Il mio corpo mi supera, una luce azzurrina filtra le ombre che si dilatano e colano sui muri come acqua, lame di sole tagliano la superficie che mi aspetta. Sento la pressione dell’acqua, il respiro e il movimento sono all’unisono, incessantemente, come sabbia in una clessidra”.

Questo sembra sussurrare la fotografia di Alessandro Trovati della nuotatrice al trampolino di tre metri alle Olimpiadi di Rio 2016. Pare di poter ascoltare i suoi pensieri. Sembra prendere corpo visibile, nei sapienti giochi di chiaro scuro, quanto questo suo volare nell’acqua abbia il sapore di un semplice desiderio di esistere; quanto questa fotografia abbia quello della poesia.

Quell’espressione quell’accento quel segreto che gli sembrava d’esser lì lì per cogliere sul viso di lei era qualcosa che lo trascinava nelle sabbie mobili degli stati d’animo, degli umori, della psicologia […] La fotografia ha un senso solo se esaurisce tutte le immagini possibili. […] – Da Gli Amori difficili – L’avventura di un fotografo di Italo Calvino –

L’occhio di Alessandro Trovati si muove come l’occhio del poeta, con innata capacità di leggere dentro la luce, le prospettive e nel tempo. Il poeta le traduce in un mondo di parole, Alessandro Trovati in un mondo di immagini.

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NONOSTANTE TUTTO 

DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI

MOSTRA "NONOSTANTE TUTTO" DI RICCARDO BONONI 

A CURA DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI

Ci sono uomini, sogni e azioni più forti delle guerre, dei colpi di stato, delle difficoltà. Ci sono uomini, indagini e reportage più forti della disillusione, lontani dal già risaputo e che creano nuova conoscenza. Ne avete dinanzi agli occhi un esempio.

Queste fotografie non illustrano un titolo d’effetto, ma sono conoscenza che muove coscienze proprio perché non ripetono un mondo di segni e di significati, ma ne creano di nuovi. Vestire a bambola una statua funeraria è creare senso, comunità, famiglia e sopravvivenza. Lo hanno fatto spontaneamente i bambini di “Generazione cimitero” e Riccardo Bononi lo ha colto, ha restituito vivo questo senso. Talmente “vicino” a loro e insieme a loro, Riccardo Bononi muove il tempo congelato di un cimitero, fa danzare – quasi “ballandoci sopra”- il cronometro di mille e mille vite perse. I bambini di “Generazione cimitero” scrivono una Antologia di Spoon River danzando con i loro pianti, i loro giocattoli, i loro sorrisi. E Riccardo Bononi lo vive, lo conosce e permette alle nostre coscienze di comprendere il senso di una comunità specifica che ha costruito qualcosa di prezioso per tutti. 

Fotografie di una forza tagliente e con un grande carattere che propongono un’attenta analisi antropologica, una sottile e impegnativa cronaca sociale, etica e un lieve quanto determinato invito ad un’umanità possibile. Perché nonostante tutto, si può e si deve vivere. È solo uno dei tanti insegnamenti di questi reportage.

Fotografie dirette, un linguaggio secco, forte. In ognuna si avvicina con la macchina fotografica e coglie la tensione esplosiva – a volte spietata – del momento. Scatti sentiti e pensati. Fotografie non solo di denuncia, non solo di informazione, non solo di indagine ma con una incredibile bellezza anche formale, che nulla toglie alla loro forza informativa e alle implicazioni e analisi antropologiche e sociali. 

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UN SEMPLICE DESIDERIO DI ESISTERE

DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI

APPUNTI DI LAVORO 

Porto online un po’ del lavoro che sto facendo con Alessandro Trovati. 

In questi giorni in cui #iostoacasa ma #larteresiste e #lafotografiaresiste  vi  parlerò un po’ di lui e del suo fotografare, dimostrerò, anche qui, perché è tra i più grandi fotografi sportivi al mondo, perché  è tra i nostri grandi fotografi  italiani (senza specifica di genere), vi racconterò aneddoti, progetti  fatti, in fieri e prossimi – ne abbiamo ancora tanti in agenda e da realizzare nel tempo  -. Anche dei brevi video a partire da sue foto. 

Let’s start! Tra le tante cose, fa parte del nostro lavorare insieme avere una comunicazione e dialogo costante . Capita sovente dunque che Alessandro mi mandi delle foto, a volte anche mentre è in action o shooting. Ne dialoghiamo sotto ogni punto di vista, anche via chat, così che il dialogo avvenga ‘a caldo’. Il risultato è una crescita, di entrambi ed uno stimolo ulteriore. Oggi, di questa modalità, vi mostro questa fotografia accompagnata da miei appunti  in questo nostro dialogo.

< “Un semplice desiderio di esistere

Ecco uno dei motivi per cui è un capolavoro questa fotografia. Perché tra le prime cose cui la mente va è questo pensiero, con la leggerezza dovuta, con la profondità desiderata  da ognuno di noi.

È  una foto destinata a “contaminare” la fotografia così come la conosciamo e la accettiamo troppo spesso, “pervertendo” e minando i presupposti precostituiti che circondano e supportano l’ideologia insidiosa di una cultura fatta di convenzioni.

 

 

 

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un semplice desiderio di esistere, foto

ALESSANDRO TROVATI E IL CORPO CHE RACCONTA

DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI

APPUNTI DI LAVORO 

Oggi vi mostro una fotografia accompagnata da un breve testo nato in seguito a dialoghi intorno al fotografare le Olimpiadi, a questa foto e a cosa cerca quando scatta.

 

 

 

 

 

Il corpo che racconta

Il volto quasi in superficie, verso l’alto. Non riusciamo a vedere bene gli occhi, l’espressione, perché fissi su quel punto preciso di consistenza d’acqua in cui lei sta condensando ogni pensiero; ma li percepiamo, e ne esauriamo tutte le immagini possibili. La bocca è chiusa, il respiro in apnea di chi ha appena conchiuso un difficile volare cade nella curva accogliente delle gambe e del petto, dinanzi al suo naso; le parole del suo pensare prendono corpo visibile nei sapienti giochi di chiaro scuro sopra, sotto e attorno a lei … “la musica, ho appena volato davvero, chiuso il giro e il salto. Ho fermato il tempo, raccolto le emozioni, e tra un istante volerò di nuovo. Non ho paura!” Sembra avere cuore e anima alleggerite.

Il bianco e nero di Alessandro Trovati ci fa sentire la musica, muove l’aria attorno a noi; e la consistenza d’acqua ancora sembra spostarsi al suono del nuotare di mani e piedi . Ci fa immaginare sul corpo il riflesso di tutti quei volti fissi, dei mille occhi della gente e dei fotografi, per vedere tutto di quella evoluzione, esibizione, da ogni angolo, da ogni prospettiva.

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OLYMPIC GAMES PECHINO 2008–Cerimonia ape

PLAYERS

DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI

MOSTRA "PLAYERS" DI CALIMERO ELVIO DE SANTIS

DA UN'IDEA DI E A CURA DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI

Thick and slow. Deciso e riflessivo. Quando il ritratto si fa duro, forse anche un gioco rischioso. Quando un ritratto brucia. Quando cattura le persone nel gioco in cui loro stessi hanno scelto di recitare o di trovarsi. Fotografie che invitano alla contemplazione e alla riflessione, presentandoci i volti portati con prepotenza all'interno del piano dell'immagine. Quando il ritratto è essere lì col soggetto, col pensiero. Quando è un ritratto generazionale. Quando è un segreto svelato, alla Paul Strand, alla Otto Emil Hoppé. Players!

 

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VA TUTTO BENE

DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI

MOSTRA "VA TUTTO BENE" DI ANDREA SIMEONE

DA UN'IDEA DI E A CURA DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI

COMING SOON

CLOSE TO HOME - SIRIA:STORIE DI FUGA E ACCOGLIENZA

DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI

MOSTRA "SIRIA:STORIE DI FUGA E ACCOGLIENZA" DI SIMONE MARGELLI

A CURA DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI

Storie e fotografie che riportano le persone, le famiglie, le vite e Mafraq, una “polverosa e congestionata città di frontiera” – come scrive Enrico Nardi – a poco più di 15 chilometri dal confine Siriano. Vicino a casa, ma non casa.

Un reportage non predatorio – chiave che facilmente avrebbe potuto prendere il sopravvento nella cruenza di un territorio soggetto ad una guerra devastante ormai da sette anni – che vive di molti ritratti.

Simone Margelli documenta e trascrive il tempo e la situazione, rendendo evidente lo spirito umano delle vicende, degli accadimenti e anche della terra, di quel particolare pezzo di terra, La Giordania, che confina a sud con la Siria.

Osserva gli avvenimenti da una nuova prospettiva, non cerca il sensazionalismo dell’evento, motivo per cui non va “in guerra” ma cerca l’aftermath – le conseguenze -, per far posto ad una visione più intima. Ognuna delle fotografie di questo reportage offre uno sguardo profondo, restituendo status e dignità ad ogni soggetto fotografato e riuscendo, egualmente, a rivelare speranze e paure. 

 

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AMATEVI, IDIOTI! 

DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI

PER DIEGO BARDONE - BìFOTO Edizione 2019

Amatevi idioti!

È un’affermazione di CharlesBukowski, ma potrebbe uscire anche dalle labbra di Diego Bardone, nella sua genuina e bella schiettezza, quando parla di vita vera e quando gioca a fare “il rude”. E potrebbe, in parte, raccontare questa selezione di fotografie dedicata al bacio.

In parte, perché quando Diego Bardone guarda e fotografa Milano e le persone, va in scena la vita. Tutta. I piccoli dettagli, i particolari, istanti di vita e situazioni che gli passano davanti o che scruta con attenzione.

Riesce a cogliere le domande e i misteri della normalità. Fa dell’ordinario, straordinario.

La fotografia di Diego Bardone è densa di immagini immediate, vitali, ironiche; una visione unica della città e delle persone che lo circondano. Frammenti e ritagli di vita quotidiana in un complesso di particolari che liberano passante, oggetto e architettura dall’anonimato. E così avviene per ognuno di questi baci. Lontani dallo stucchevole si vestono di ironia, di leggerezza, di semplicità, di unicità. 

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ERA MILANO

DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI

MOSTRA "ERA MILANO" DI VIRGILIO CARNISIO

DA UN'IDEA DI E A CURA DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI 

COMING SOON

ALESSANDRO TROVATI E UN ICARO RIUSCITO

DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI

INCONTRO CON IL PUBBLICO FESTIVAL FOTOGRAFICO EUROPEO 2018

Guardando, leggendo una fotografia bisognerebbe identificare subito alcuni elementi fondamentali tra i quali la luce, i piani, la tonalità, l’inquadratura, il punto di vista, i soggetti, la struttura e la dinamicità. E nelle fotografie di Alessandro Trovati li identifichiamo sempre, subito, tutti.

Uno più perfetto dell’altro. Come veniamo catturati, in un istante da qualcosa di sublime, dalla sua immaginazione pura, campo di azione di un grande fotografo anche creativo e dal Bello, sintesi tra immaginazione,  invenzione e visione.  

L’insieme di tutti questi elementi, e una assoluta e suggestiva bellezza formale, tanto quando lavora in bianco e nero quanto a colori, ci svela che Alessandro Trovati con le sue fotografie riesce a compiere anche un ribaltamento del concetto di Sublime Romantico, dove l’uomo poteva solo accettare passivamente, contemplare in estasi tutto ciò che non è in grado di comprendere né contenere. 

Alessandro Trovati, al contrario, con la sua fotografia da vita ad un Icaro riuscito, che non contempla, ma agisce.

 

Una riflessione nata su una foto in particolare della Sky Winter 2018 – Clouds or snow – ma che ritorna costante in molte fotografie delle Olimpiadi in mostra.

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ON MY MI(LA)ND

DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI

MOSTRA ON MY MI(LA)ND DI ELENA GALIMBERTI

A CURA DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI 

Una selezione di fotografie che raccontano attimi quotidiani della città. Milano seduta a un bar, Milano vista da un treno, riflessa in una pozzanghera, attraverso un tunnel, specchiata nelle vetrine, silenziosa sotto la pioggia; Milano all’ombra, di corsa, su uno skateboard. Milano giocoliera, acrobata, funambola, illusionista.

Immagini prive di qualsiasi estetismo, che osservano la realtà quotidiana così come si presenta agli occhi, e nella mente, di Elena Galimberti.

Immagini simili e molto diverse al tempo stesso, legate in modo logico o illogico, insieme con un unico obbiettivo: scrivere un racconto a partire dagli elementi feriali e banali del quotidiano. Questo filo lega le immagini raccolte nella mostra. L’attenzione si posa sulle cose che non sembrerebbero nemmeno meritarla, il banale assume un ruolo di rilevanza ed Elena Galimberti sembra dire “io sono qui e questo è il mio sguardo”.

«Affinché l’avvenimento più comune divenga un’avventura è necessario e sufficiente che ci si metta a raccontarlo» La Nausea di Jean Paul Sartre

Roland Barthes, evidenziando la profonda innovatività della fotografia tra i linguaggi di discorsività visiva, sostiene che a differenza della pittura – per lo meno di un certo tipo di tradizione pittorica – la fotografia muti il rapporto tra il significativo e il non significativo. A dire che la fotografia rende significativo qualcosa solo per il fatto di averlo fotografato. Oggetti, soggetti e situazioni ordinarie diventano straordinarie e significative per il loro accedere ad una fotografia.

La mente e gli occhi di Elena Galimberti si divertono a giocare in questa straordinarietà dell’ordinario data dalla fotografia, aggiungendovi il suo personale punto di vista che ritiene la quotidianità un valore. Perché ordinario non equivale necessariamente ad insignificante e banale. Perché la ripetitività monotona, cui spesso rimanda il termine, delle azioni che riempiono giornate e strade di una città, può essere mutata in unicità, solo riempiendo di senso ogni compito, lavoro, azione e gesto. Vivendo il quotidiano consapevolmente, apprezzando ciò che abbiamo, riconoscendo la bellezza che, sempre, ci circonda; e approfondendo le relazioni nell’attenzione all’altro.

“Non accusate la vostra vita quotidiana se vi sembra povera. Accusate voi stesso, che non siete così poeta da evocarne la ricchezza; ché per un creatore non esiste povertà né luoghi poveri e indifferenti”. Rainer Maria Rilke

Non è infatti un caso che Elena Galimberti, insieme alla fotografia, passi la sua giornata immersa tra le persone, tra Associazioni e realtà che si occupano e battono non solo per i più deboli e gli emarginati, ma per tutti i cittadini; intessendo relazioni, contatti e opportunità perché il territorio e la vita quotidiana di tutti i giorni siano una possibilità concreta di costruzione, di gioia e di futuro. Per tutti.

On my Mi(la)nd si inserisce coerente in questo suo quotidiano .

Un racconto per immagini di un territorio, i suoi edifici, i suoi palazzi antichi e moderni, le persone che ci vivono e che lo attraversano, le sue piccole e grandi contraddizioni come le sue piccole e grandi storie e magie quotidiane.

Una mostra che compone un mosaico vario, composito della sua personale visione della metropoli meneghina. Dall’architettura al ritratto, dalla cronaca quotidiana ad uno screziato bianconero sotto la pioggia e nell’acqua che scivola via o prende forme sull’asfalto. Le piace il romanticismo della pioggia, le crea nel mirino un universo visivo evocativo, la città si trasforma, e il racconto sembra potersi muovere lieve tra i riflessi delle strade bagnate.

Tutte le fotografie hanno come soggetto Milano che, nella mente di Elena Galimberti, diventa di volta in volta, di quartiere in quartiere, strumento di riflessione, uno specchio ed una continua scoperta.

Un accento, ogni tanto, sembra porsi sulla decontestualizzazione del luogo, ma non per nascondere il carattere distintivo di quel luogo di Milano, quanto piuttosto per cercare un preciso momento in cui tutto, se non vi si passasse davanti di corsa, potrebbe mutare.

C’è chi esce dalla metropolitana, chi aspetta ironicamente Godot su una panchina del parco, un uomo in bicicletta inseguito da un tram, chi sosta su una scalinata con gli occhi fissi sul cellulare, fidanzati e soli sotto la pioggia o seduti ai bordi del naviglio che si rifugiano in mille pensieri. Ci sono i nuovi grattacieli, il bosco verticale, a raccontare, dal punto di vista dell’asfalto, di chi la vive tutti i giorni, una trasformazione urbana che sta cambiando profondamente il volto di questa città. C’è l’architettura, la storia, i simboli, le strutture della vita dei suoi cittadini. C’è una selezione di fotografie che narrano il racconto semplice, ma non per questo superficiale, di una Milano comune.

C’è un fotografare per parlare in pubblico di ciò che interessa ad Elena Galimberti, il territorio e le persone. Il suo modo di scoprire e di comprenderle, di conoscere la città e le sue connessioni. Verso un futuro possibile. 

OLIMPIADI

DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI

MOSTRA "OLIMPIADI" DI ALESSANDRO TROVATI

DA UN'IDEA DI E A CURA DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI 

COMING SOON

IMMAGINA: IL FEMMINILE OGGI 

DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI

MOSTRA "IMMAGINA:IL FEMMINILE OGGI" 

DA UN'IDEA DI E A CURA DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI 

COMING SOON

DAL REPORTAGE AL SOGNO

DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI

MOSTRA "DAL REPORTAGE AL SOGNO"  DI GRAZIANO PEROTTI

DA UN'IDEA DI E A CURA DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI 

COMING SOON

PLACESPAST

DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI

MOSTRA "PLACESPAST"  DI GIOVANNI MEREGHETTI

DA UN'IDEA DI E A CURA DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI 

COMING SOON

LO SPORT IN BIANCO E NERO

DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI

MOSTRA "LO SPORT IN BIANCO E NERO"  DI ALESSANDRO TROVATI

DA UN'IDEA DI E A CURA DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI 

COMING SOON

RICCARDO VENTURI REPORTER

DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI

MOSTRA "RICCARDO VENTURI REPORTER"  

DA UN'IDEA DI E A CURA DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI  

COMING SOON

LA FOTOGRAFIA DI MATRIMONIO DI CARLO CARLETTI

DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI

MOSTRA "LA FOTOGRAFIA DI MATRIMONIO DI CARLO CARLETTI"  

DA UN'IDEA DI E A CURA DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI  

COMING SOON

YES - UNO SGUARDO SU NUOVI AUTORI E TENDENZE

DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI

MOSTRA "YES - UNO SGUARDO SU NUOVI AUTORI E TENDENZE"  

DA UN'IDEA DI E A CURA DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI  

COMING SOON

FONTANA E QUELLI DI FRANCO FONTANA

DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI

MOSTRA "FONTANA E QUELLI DI FRANCO FONTANA"  

A CURA DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI  E MOSE' FRANCHI

COMING SOON

MILANO NEGLI ANNI '60 E LA FOTOGRAFIA DI DOCUMENTO

DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI

MOSTRA "MILANO NEGLI ANNI '60 E LA FOTOGRAFIA DI DOCUMENTO"  DI VIRGILIO CARNISIO, ERNESTO FANTOZZI, VALENTINO BASSANINI

DA UN'IDEA DI  FRANCESCO TADINI  - A CURA DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI  E LUCIA LAURA ESPOSTO

COMING SOON

MAGNUS WENNMAN, IL FOTOREPORTER SVEDESE A CORTONA 

DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI

PER LA RIVISTA MILANOARTEXPO

Il fotoreporter Magnus Wennman, vincitore di due World Press Photo Awards e cinque volte vincitore del premio Swedish Photographer of the Year, oggi sabato 14 e domani domenica 15 luglio 2018, sarà al Festival Cortona on the Move con un workshop organizzato da COTM Summer School, in collaborazione con Canon Academy. Un’occasione per fotografi di ogni livello per approfondire l’affascinante dimensione della narrazione visiva, e per incontrare un bravo fotoreporter.

Magnus Wennman è Svedese, classe ’79. Fa il fotoreporter da quando ha 17 anni. Inizia la sua carriera presso il quotidiano Dalee Demokraten e lavora in più di 80 paesi. Le sue tematiche, le sue osservazioni sono di tipo sociale: segue le elezioni americane come la crisi dei rifugiati in Africa, segue il Medio Oriente e le crisi e dinamiche dell’Europa. All’attivo ha numerose mostre di cui, tra le ultime, Where The Children Sleep, esposta in 17 paesi; più di 70 premi e cinque volte la nomination come Fotoreporter dell’anno; due World Press. Lavora anche come regista: è suo il cortometraggio Fatima’s Drawing la cui protagonista è una bambina rifugiata che racconta la sua storia attraverso i suoi disegni.

Where The Children Sleep

Where The Children Sleep è un racconto molto bello. È la storia di quando scende la notte a chiudere o spalancare gli occhi di bambini Siriani sfollati. È la storia delle paure, delle mancanze, delle assenze, dei giocattoli stretti al petto come scudi nel buio, del letto e del cuscino che non c’è più, dei sogni di coperte e coccole, del momento in cui andare a dormire … prima che fosse un nemico, del sonno … che non è più una zona libera e serena. Magnus Wennman ha visitato innumerevoli campi di accoglienza in Medio Oriente e in tutta Europa e lì ha incontrato moltissimi bambini, cui ha chiesto di mostrargli dove ora dormono. Così è nata questa narrazione visiva, intensa, a volte cruda, ma con un finale aperto.

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WIM VANDEKEYBUS | BOOTY LOOTING E LA FORZA DIROMPENTE DI FOTOGRAFIA E DANZA

DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI

PER LA RIVISTA MILANOARTEXPO

Biennale di Venezia – 8° festival Internazionale di Danza Contemporanea. Racconto di un’occasione e privilegio.

Sabato 23 giugno 2012 assisto alla prima assoluta del nuovo lavoro di Wim Vandekeybus, booty Looting. 

Non capita tutti i giorni di vedere spettacoli di questa portata. Capita alla Biennale Internazionale di Danza Contemporanea di Venezia, dove Ismael Ivo, direttore artistico, indaga, investe e osa. Come capita, grazie alla disponibilità dell’ufficio stampa della Biennale Danza, che Maria Stefanoni e la responsabile, Emanuela Caldirola, permettano, dalla sera alla mattina, di incontrare e intervistare un artista del calibro del coreografo fiammingo. 

Così la mia settimana veneziana porta con sé booty Looting e la fortuna di conoscere e parlare con Wim Vandekeybus. La cui disponibilità e semplicità è da citare e sottolineare. I timori c’erano, inutile nasconderlo. Come un pittore d’improvviso a un tavolino con Francis Bacon, un jazzista a bere il caffé con Charles Mingus o Chet Baker. Come me davanti a Vandekeybus. Ed eccomi così a scrivere di questo incontro.

Andiamo con ordine: lo spettacolo booty Looting

Arsenale, Teatro alle Tese, in scena la prima assoluta di booty Looting, di Wim Vandekeybus.

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WIM VANDEKEYBUS | FOTOGRAFIA E DANZA E LA LORO RELAZIONE

INTERVISTA

DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI

PER LA RIVISTA MILANOARTEXPO

In occasione della Prima Assoluta di booty Looting di Wim Vandekeybus al 8° Festival Internazionale di Danza Contemporanea – Biennale di Venezia, incontro e intervisto il grande coreografo fiammingo.

Nel giardino dell’albergo veneziano in cui alloggia Wim Vandekeybus pranziamo e facciamo un’intervista. Ho conosciuto un uomo di grande disponibilità, apertura e passione. In continuo cambiamento. Non dispensa certezze ma, al contrario, è portato a condividere le proprie intuizioni e visione del teatro. Che “non deve fare distinzione tra la danza e il teatro: la danza dipende dalla recitazione e viceversa.”

Tale convinzione lo rende onnivoro di molti altri linguaggi e delle loro possibili interazioni e comunicazioni. Si potrebbe togliere la parola danza alla definizione teatrodanza, non precisare danza contemporanea o teatro fisico, non fare catalogazioni, abbandonare le etichette. Perché esiste solo lo spazio unico della scena e perché in tale spazio agisce un essere scenico completo, tra movimento, parola, musica, immagine. Questo è teatro. Punto.

Wim Vandekeybus, che preferisce definirsi un regista che usa la danza più che un coreografo, parla con semplicità e umiltà della sua ricerca. 

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QUI L'ALTROVE

DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI

MOSTRA "EXTRA-ORDINARIO A KM 0" DI DANIELE CAMETTI ASPRI 

DA UN'IDEA DI E A CURA DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI

Extra-ordinario a Km0 è un viaggio per gli occhi e l’immaginazione in una Milano in cui migliaia di anni e storie si intrecciano. Strade, vicoli, palazzi, monumenti di questa città multiforme e di nuovo splendente. Nuovamente, non è mai stata così bella.

Daniele Cametti Aspri lo svela con Dark Cities Milano. L’ordinario dei luoghi comuni come la nebbia, lo smog, il freddo, la città dove si va solo per sgobbare dalla mattina alla sera non esiste. Come non esiste l’ordinario nel quotidiano e nella notte di questa città le cui vie gareggiano in seduzione, zone come Piazza Gae Aulenti e Porta Nuova – rinnovate – scintillano, i Navigli e la nuova Darsena rifulgono, e di antiche bellezze. 

Cametti Aspri, fedele al suo percorso e sguardo, ama trovare l’insolito nelle cose di tutti i giorni. E tra le quotidiane forme di Milano lo fa tra giochi di ombre, luce e oscurità. Qui l’altrove. Qui, nei luoghi storici e moderni, tra design e architettura, l’altrove di un caleidoscopio di racconti affascinanti, di ritratti di Milano, come fossero volti di personaggi che la raccontano.

Dark Cities Milano gioca con buio, luce e ombre. Viaggia tra strutture che disegnano un gioco di forme e superfici acromatiche.

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BILL CUNNINGHAM E IL FASHION STREET STYLE

DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI

APPUNTI DI LAVORO

Le strade di Manhattan, una inseparabile 35 mm, scarpe da tennis, una pagina fotografica domenicale sul New York Times e Bill Cunningham racconta la storia della moda; soprattutto da vita al fashion street style.

La migliore passerella è senza dubbio la strada. Lo è sempre stata e sempre lo sarà”. Bill Cunningham

È nel 1968 che Bill Cunningham inizia un progetto, che durerà ben 8 anni, in cui documenta la bellezza architettonica e la forza della moda di New York. Lo fa girando in bicicletta,“saccheggiando” negozi dell’usato, fiere di abbigliamento vintage e fotografando i suoi modelli in costumi d’epoca, relazionandoli sempre a palazzi e /o architetture storiche o significative. Ne fa un libro fotografico, Focades. Un progetto audace, ancor più in un momento in cui le questioni che riguardavano la conservazione dell’ambiente e i problemi dello sviluppo del paesaggio urbano erano un tema caldo.

Questo suo approccio fotografico è anche una forma di analisi sociale e antropologica. Racconta con la sua macchina fotografica non solo un progresso urbano e architettonico ma anche e soprattutto il modo in cui la città di New York respira e vive la vitalità della moda. È capace di identificare uno stile, sempre, in tutte le sue forme,indipendentemente da chi indossa i vestiti. E non ha mai voluto lavorare per alcuna casa di moda. “Se non prendi soldi, non possono dirti cosa fare … Il denaro è la cosa più economica. La libertà, la libertà, è la più costosa.” Bill Cunningham

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ALBERTO GARCIA ALIX A MILANO

DI FEDERICAPAOLA CAPECCHI

PER LA RIVISTA MILANOARTEXPO

Il 5 giugno, anno 2012, il sole è caldo e alto, la città esalta bellezze, odori e limiti. Di lì ad un’ora e mezza si tiene l’inaugurazione della mostra personale del fotografo Alberto Garcìa-Alix, curata da Carlo Madesani. Sto andando a intervistare Garcìa-Alix. 

La curiosità e l’eccitazione di incontrare un personaggio come lui, uno degli artisti più riconosciuti nel panorama internazionale degli anni ’90, è palpabile, fin nella ricerca ansiosa del parcheggio più vicino per arrivare in anticipo.

Ad accogliermi la professionalità dell’ufficio stampa di clp relazioni pubbliche, nella persona di Anna Defrancesco. Pochi minuti e Carlo Madesani, Alberto Garcìa-Alix e Nicolas Combarro Garcìa arrivano.

Siamo pronti, ci accomodiamo accanto ad alcune delle foto in mostra e iniziamo. Voglio parlargi non nella mia veste di curatrice di fotografia ma in quella di coreografa. E così gli dichiaro che approccerò lui e il suo lavoro dal punto di vista di una persona che, ogni giorno, studia e ricerca con il corpo, e ne riconosce un alto valore sociale, civile e politico. Davanti a me ho uno degli artisti che hanno vissuto tutta la Movida madrileña, il movimento sociale e artistico nato a Madrid, puerta del Sol, alla fine della dittatura di Franco, che, insieme, tra gli altri, a Joaquin Sabina (musica) e Pedro Almodovar (cinema) ha respirato e partecipato alla “transizione spagnola” che durò tutti gli anni ottanta, e oltre.

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